un concerto…

Bob Dylan, Trento, Palazzo delle Albere, 15 giugno 2008

Ancora qua, per un altro concerto di Bob Dylan. Ad aspettare, magari a vuoto, che sia una delle serate “di buona”. A sperare che succeda un qualcosa, che il nostro trovi il tempo, la voglia e forse anche (e soprattutto) la forza di aprire, solo per qualche attimo o magari per un’intera canzone, il passaggio segreto. Non accade sempre. Eppure è nella speranza di quei momenti che siamo ancora qui. Vogliamo il miracolo, vogliamo che la magia abbia ancora luogo e che la porta si apra; che il cerimoniere ci aiuti ad attraversarla, che ci porti indietro nel tempo a quando la musica odorava di terra bagnata e le canzoni svelavano verità ormai dimenticate. Dylan suona, da anni, musica senza tempo. Il che non vuol dire semplicemente musica “old style”. Non imita manieristicamente un’altra epoca ma si pone certamente al di fuori di questa. Non si interessa all’oggi, un tempo sì ma adesso le cose sono cambiate, per lui è più importante evocare i suoi antenati. Quelli che “con la lampadina si è già andati troppo oltre”. Noi possiamo assistere e partecipare, se vogliamo. Così a volte, nelle serate giuste e solo in certi particolari momenti, nascosti tra i fumi del palco si possano scorgere dei benevoli spiriti, fantasmi, che lo osservano e lo incoraggiano mentre diffonde le ultime dosi di qualcosa che forse nessuno quasi più ha modo di comprendere e che, comunque, è destinato a finire con lui, l’ultimo dei dinosauri. Ed allora saremo tutti più poveri. Per questo ogni concerto di Dylan è comunque imperdibile. Perché nessun altro possiede le chiavi di quella porta, o comunque sa usarle con uguale perizia. Lui è l’unico vero sciamano del rock,l’unico ad avere ancora accesso a quel passato ormai remoto ed inaccessibile a tutti (tranne, episodicamente, agli Stones particolarmente in trance, come a mio avviso accadde durante l’esecuzione di una mirabolante Midnight Rambler a Zurigo nel 2003; ma agli stones comunque “interessa” il presente e non se ne distaccano affatto, almeno di proposito). Con questa speranza nel cuore ci apprestiamo, per l’ennesima volta, a vedere cosa ci toccherà in sorte: una serata normale (!), cantata con sufficienza e masticata controvoglia o… qualcosa di meglio. Il Dylan-meteo negli ultimi tempi ha registrato il sereno, così almeno pare leggendo qua e là: speriamo. Un buon inizio. Suonano bene, compatti e sufficientemente sporchi, a tratti addirittura un po’ “scassoni” (cosa inusuale); Bob sorride (wow!), ammicca, entra in pieno nelle canzoni e sembra aver proprio voglia di darci dentro tanto che il suo approccio con la tastiera è molto più fisico del solito, tutto il suo anziano corpo si fonde col beat dei pezzi, ancheggia e muove le spalle, erano anni che non lo vedevo così arzillo. Ma soprattutto canta in maniera rigorosa, scandisce ed è deciso, vigoroso. Finisce Watching The River Flow ed inizia qualcosa che non riconosco. Una voce tremante accanto a me sussurra “qui sta succedendo qualcosa di grosso!”; passano alcuni secondi, il giro si svela ma nessuno ci crede, poi come un’inappellabile meravigliosa sentenza l’attacco della voce svela: “Seen the arrow on the doorpost/ Saying, This land is condemned/ All the way from New Orleans/ To Jerusalem/”. Non so se ridere o farmi venire un’infarto. Ormai, dopo anni, non ci speravo più. Maledicevo inglesi, americani, lucchesi di un decennio fa che l’avevano avuta in sorte dal destino. Perché Bobby sa distribuire con misura le sue gemme. Finalmente, Blind Willie McTell. Da sola vale una vita di stenti. Insieme ad altri sedici pezzi suonati (e cantati, ribadisco) da dio (menzione speciale per High Water for Charlie Patton, una sporchissima It’s Alright, Ma e tutto il finale con Nettie Moore, Summer Days e Ballad of a Thin Man, più il bis con la conclusiva struggente Blowin’ in the Wind, naturalmente vestita di nuovo) vale il più bel concerto di Dylan che mi ricordi. Comunque il migliore degli ultimi quindici anni. Stasera a Bergamo c’è sold out, confido nel previsto temporale per trovare un biglietto… altrimenti finirò nelle grinfie di un bagarino, non c’è problema. Per un Dylan così vale davvero la pena.

Archiviato in: — Nuto @ 16:42
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