Bandabardò: io, vagabondo che son io…

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Bondo! Bondo!, il nuovo album della band, viaggia fra stili e generi musicali raccogliendo l’eco della parola vagabondo.

“Siamo un gruppo che fa “concertini da ballo”. È questa la categoria con cui la SIAE ha catalogato il genere di musica che suoniamo”. Già, concertini da ballo. E l’orizzonte che tale definizione evoca fa venire in mente una balera in cui signore di bionda avvenenza con tacchi vertiginosi fanno volteggiare i loro colli di pelliccia. O le feste di paese in cui sotto la chiesa del patrono si suona il liscio e l’amplificazione deve contrastare, gracchiando, il volume delle casse di qualche autoscontro e spazzare via la nebbia di fumo di salsicce che i camioncini-bancarella spacciano come la più tossica delle sostanze stupefacenti. Niente liscio. Niente feste patronali. Niente salsicce. A parlare è, invece, Erriquez Greppi, il cui gruppo, la Bandabardò, che nel suo immaginario statuto costitutivo sembra portar vergata a caratteri cubitali la regola di un’esplicita tendenza all’anarchia, si trova a scontrarsi con le paradossali categorizzazioni della SIAE, con i farraginosi meccanismi dell’EMPALS, con un’industria discografica sempre più autoreferenziale e, per questo motivo, sempre più impantanata.

Allora, alla follia di tutto ciò che è sistema precostituito, preconfezionato e premasticato, la Banda oppone il valore del vagabondaggio, la cui eco si coglie anche nel titolo del nuovo album, Bondo! Bondo!. Un peregrinare fra stili e forme musicali. Un rimescolamento continuo che sfocia in una patchanka a volte scanzonata e a volte profondamente legata alle forme della canzone d’autore.

“Come in ogni disco della Banda, ogni pezzo è diverso dall’altro e per questo motivo ogni pagina del booklet è diversa dall’altra” spiega Erriquez. “All’inizio vivevamo come un handicap non saper rispondere ai giornalisti che ci chiedevano quale genere musicale suonassimo. Oggi rispondo che musichiamo testi, per cui la musica dipende di volta in volta da quello diciamo. Non siamo anglosassoni: non riusciamo a dire ti amo e ti odio con la stessa voce ed intensità”.

Ed il vagabondaggio a cui allude il titolo del disco non ha solo una valenza estetica, ma anche etica. “L’album è stato scritto fra Torri Gemelle, tragedie a Genova, vittorie berlusconiane e, quindi, in un momento poco felice per tutti noi. I testi riflettono stupore e indignazione. Ci sembra di vedere un gruppo di persone che sta costruendo una sorta di zona di rifugio per un’élite che comanda, lontanissima da una massa sempre più consistente di gente senza terra che chiamiamo vagabondi e che diventerà sempre più minacciosa per la crema della società. Siamo tantissime persone ad essere escluse dalla società che conta solo perché vestiamo, pensiamo e vogliamo un mondo diverso. Questo è il filo conduttore di tutto il disco”.

Erriquez e soci rischiano di farci pensare che la musica possa cambiare il mondo. “No, non crediamo che la musica possa cambiare il mondo ed abbiamo molto pudore quando affrontiamo temi scottanti. E poi non mi va di sentirmi una sorta di Bob Dylan. La nostra musica serve a ritrovarsi in cento, mille, diecimila sotto al palco in un momento di passione, gioco e liberazione in cui ti rifornisci di benzina per ripartire. Al massimo dal palco posso semplicemente fornire degli stimoli, consigliare libri, film, far pensare, ad esempio, alla figura di un Andrea Pazienza”.

Qualcuno ha parlato di questo disco come lavoro della maturità. “Più che altro è il primo album di cui siamo convinti in pieno. Si sente che, a differenza dei precedenti lavori, ci è piaciuto stare in studio ed il risultato è più orchestrato e musicale. E poi siamo stati raggiunti da numerosi amici, fra cui il pianista Stefano Bollani e Max Gazzé, che non hanno fatto un turno di incisione, ma che hanno interpretato a loro modo quello che sentivano in ogni canzone”.

E come la mettiamo con i “concertini da ballo”? “Beh, li farei venire io ai tipi della SIAE ad uno dei nostri concertini da ballo!”

(Mauro Petruzziello)

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